giovedì 23 novembre 2017

Silent Mist / 沉雾 ( Zhang Miaoyan / 章淼焱 , 2017 )



Giudizio: 7.5/10

Se è vero che la cinematografia cinese, soprattutto negli ultimi due anni, ha privilegiato le grandi produzioni, i blockbuster, le coproduzioni faraoniche che hanno permesso al mercato cinese di raggiungere ormai i livelli di quello americano e indiano, è altrettanto vero che , seppur stritolati dai lavori mainstream e ad alto budget, i cineasti indipendenti hanno trovato comunque il modo di mantenere una qualità elevata delle proprie opere, anche grazie al decisivo apporto di produzioni europee (francesi in primis) o al patrocinio di Festival , quale quello di Busan , ad esempio, che offre un importante appoggio a questo Silent Mist, quarto lavoro di Zhang Miaoyan.
Presentato proprio al Festival che si svolge nella città coreana, il lavoro di Zhang è una affascinante e al contempo dura disamina della società cinese  contemporanea, uscita profondamente trasformata dal passaggio tra collettivismo e sfrenato individualismo.
Zhang decide di raccontare un brandello di storia della Cina rurale di provincia, attraverso un racconto che si tinge di thriller, all'interno del quale però sono insite tenacemente tematiche sociali e politiche.


Lo sguardo del cineasta cinese è alquanto originale grazie ad una serie di scelte tecniche e narrative molto personali che conferiscono all'opera una impronta senz'altro autoriale tutt'altro che fine a se stessa.
Già la lunga scena iniziale introduttiva è un piccolo saggio di cinema: dapprima un piano sequenza da una barca che percorre il fiume su cui si adagia la cittadina, poi un altro lunghissimo piano sequenza in cui la macchina da presa segue da presso dapprima un uomo con uno strano mantello, poi una giovane donna, quindi due studentesse  lungo i porticati che fiancheggiano il fiume tra banchi che espongono svariate specialità culinarie.
Una introduzione che anche grazie alla fioca luce che illumina la scena e alla leggera nebbia che sale dal fiume ci porta nel centro della storia, ispirata a fatti realmente accaduti e incentrata su una serie di aggressioni a sfondo sessuale subita da alcune giovani donne.
Nottetempo lo stupratore seriale compie il suo gesto esecrabile in una città che sembra avvolta da una nebbia che non è solo quella del fiume , ma soprattutto quella che circonda la popolazione che con la sua acida omertà e acrimonia offre riparo alle gesta dello stupratore.

mercoledì 22 novembre 2017

Men Don't Cry ( Alen Drljevic , 2017 )




Men Don't Cry (2017) on IMDb
Giudizio: 8/10

In un isolato albergo deserto da fuori stagione tra i monti della Serbia a vent’anni ormai dalla fine delle guerre balcaniche un gruppo di reduci appartenenti alla varie fazioni che si combatterono si ritrovano per un programma riabilitativo tenuto da una organizzazione umanitaria. 
Il tutor del gruppo è uno psicologo sloveno cui è affidato il compito di tentare di guarire le ferite interiori che gli uomini si portano dentro.
Il gruppo è eterogeneo non solo per provenienza etnica , ma anche per età e provenienza sociale: ci sono ex combattenti croati e serbi, musulmani bosniaci che hanno conosciuto la tortura, mutilati  e invalidi che portano sul corpo, oltre che dentro di sé, i disastri della guerra.
Attraverso esercizi ludici apparentemente infantili, sedute di autocoscienza e vere e proprie confessioni di episodi atroci che vengono riprodotte come in una tragica recita, lo psicologo inizia il suo faticosissimo lavoro, perché, dopo vent’anni le tensioni tra gli appartenenti alle varie fazioni sono lungi dall’essere sopite: cetnici, ustascia, muslim sono i termini dispregiativi con cui serbi, croati e bosniaci vengono appellati e nelle sale dell’albergo questi termini ancora vengono urlati con rabbia e violenza.


Momenti di rimembranze drammatiche e scatti di violenza si alternano nel difficile lavoro dello psicologo , e anche quando grazie all’alcool che il gruppo si procura la tensione sembra svanire , il gioco da ubriachi, come bambini irruenti si trasforma in una parodia della guerra in cui invece dei proiettili e delle bombe volano tovaglioli, cuscini e suppellettili vari lanciati tra insulti gridati con la voce impastata dall’alcool.
I racconti delle esperienze personali della guerra sono atroci e lungi dal portare a una riconciliazione spesso alimentano la rabbia e il rancore.

venerdì 17 novembre 2017

And Then There Was Light [aka Hikari] ( Omori Tatsushi , 2017 )



Giudizio: 7/10

Un lungo prologo apre il racconto di Hikari, ultimo lavoro di Omori Tatsushi, presentato alla Festa del Cinema di Roma: in una piccola isola dell'arcipelago giapponese vivono quelli che sono i tre giovani protagonisti del film, Noboyuki, il più giovane Tasuku che tartassato da un padre violento vede nel primo una sorta di modello e di ancora di salvezza e Mika una giovane piuttosto spigliata di cui Noboyuki è innamorato.
Un ambiente naturale che sembra permeare di una strana e a tratti conturbante spiritualità l'isola ,viene spazzato via una notte dalla violenza di uno tsunami che i tre, salvandosi , vedono arrivare dalla cima di una collina dell'isola.
Venticinque anni dopo i tre hanno intrapreso vie diverse: Noboyuki è sposato , ha un buon lavoro, una donna ( che lo tradisce) e una figlia; Mika è diventata una attrice e Tasuku vive invece nell'indigenza lavorando saltuariamente. Le loro vie si sono insomma separate da un pezzo almeno fino a quando Tasuku, rintraccia i due ricattandoli affinchè lui mantenga sepolto un segreto che li riguarda.


Questo riemergere del passato lontano ha su tutti e tre i personaggi un effetto devastante: il passato, attraverso il legame in alcuni aspetti persino ossessivo, un episodio violento del quali i tre sono stati protagonisti o spettatori diventa un abbraccio mortale di interdipendenza nel quale dovranno muoversi.
Se la Festa del Cinema di Roma non è drammaticamente naufragata sotto il peso di film piatti, convenzionali e moralmente perbenisti e consolatori, il merito va di certo ai due esponenti della cinematografia giapponese ( gli unici provenienti dall'Estremo Oriente) che se non altro hanno buttato sullo schermo della rassegna storie tutt'altro che buoniste, giocando entrambi ( l'altro ricordiamo è il bellissimo Birds Without Names di Shiraishi Kazuya ) su tematiche abbastanza simili: la forza del passato che tende sempre a tornare , i legami interpersonali, la drammatica interdipendenza che questi creano quando si instaurano su persone fragili.

The Villainess ( Jeong Byeong-gil , 2017 )




The Villainess (2017) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

Accolto a Cannes, dove è stato proiettato in anteprima fuori concorso, con gran favore dal pubblico, The Villainess è il prototipo del film coreano di grande impatto, di sicuro successo commerciale che attira anche i gusti del pubblico occidentale perchè riesce a rinvigorire ulteriormente il filone dell'action movie che da qualche anno vede la Corea come probabilmente il paese leader del genere.
Il racconto parte indietro negli anni e si focalizza su Sook-hee una giovane sino-coreana che rimasta ben presto orfana viene presa sotto la sua protezione da un malavitoso che la addestra a diventare una killer spietata. 
Quando al termine di una convulsa e spettacolare scena iniziale, nella quale ci sembra di essere nel pieno di un videogame sparatutto, la ragazza viene catturata dalla polizia, una agenzia segreta governativa si occuperà di costruire per lei una nuova identità, non senza averla prima  ulteriormente addestrata in maniera intensiva per renderla una killer infallibile.


Terminato il periodo di addestramento durato anni, nei quali la donna dà anche alla luce una figlia (della quale diciamolo subito non si capisce con assoluta certezza la paternità, al di là delle versioni ufficiali) Sook-hee viene reinserita nella società come una cellula dormiente, pronta all'azione nel momento del bisogno. Alle sue calcagne, come ogni killer professionista che si conviene, viene posizionato un giovane agente  che deve tenerla d'occhio, ma come spesso succede in questi casi, i due si ritrovano attratti, complicando le cose.
Quando dal passato della donna riemergono come fantasmi personaggi ormai dimenticati e sepolti, Sook-hee si troverà schiacciata inevitabilmente tra il suo ruolo di killer , la vendetta, la speranza di un futuro che scacci via ogni ombra  e un passato che si rivelerà diverso da come lei lo credeva.
Per poter valutare correttamente The Villainess bisogna assolutamente scindere quelli che sono i due filoni dei quali si compone: da una parte il thriller, intriso di vendetta e di violenza e dall'altro l'action movie che in diversi frangenti diventa preponderante nella pellicola.

giovedì 16 novembre 2017

Le donne e il desiderio [aka United States of Love] ( Tomasz Wasilewski , 2016 )




United States of Love (2016) on IMDb
Giudizio: 6.5/10

La Polonia dei primi anni 90, il primo paese oltre cortina a godere dei frutti della esperienza di Solidarnosc prima e della caduta del Muro di Berlino poi, è lo sfondo non soltanto iconografico del lavoro del giovane regista Tomasz Wasilewsky, premiato a Berlino nel 2016 con l'Orso d'argento per la migliore sceneggiatura.
La contestualizzazione del periodo storico ha grande importanza nel film, sebbene esso, di fatto, sia un racconto multisfaccettato con al centro quattro donne che in misura differente si incrociano tra loro nonostante il legame narrativo non esista.
Le quattro donne sono Agata, che stanca di una vita di coppia grigia si infatua di un giovane prete della parrocchia vicina, scatenando in lei un turbamento erotico potente, Iza una direttrice di una scuola , donna autoritaria e nevrotica, che intrattiene una relazione clandestina con un medico la cui moglie è appena morta e la cui figlia frequenta la scuola dove lavora la donna, Renata una insegnante che lavora nella medesima scuola di Iza, ormai vicina alla pensione e che subisce il fascino della giovane vicina di casa Merzena, sorella di Iza ex reginetta di bellezza in cerca di rilancio.


Appare chiaro dalla breve sinossi come stavolta il titolo italiano sia ben più significativo e aderente rispetto a quello internazionale: Le donne e il desiderio è infatti anzitutto un dramma delle pulsioni che animano le protagoniste della storia, ma attraverso esso Wasilewsky, che ha spesso ripetuto che il film ha una tocco autobiografico se non altro nell'ispirazione dei personaggi, vuole ripercorrere quel periodo storico fondamentale nella storia della Polonia.
Se da un lato la libertà acquisita permetteva di indossare gli agognati jeans americani, fumare le sigarette occidentali, ascoltare la musica alla moda, seguire le mode dell'occidente, dall'altro i polacchi vivevano un momento di grandi incertezze sul futuro, liberi sì dal giogo ma ora, soli davanti alla società.

lunedì 13 novembre 2017

The Body [aka El Cuerpo] ( Oriol Paulo , 2012 )




The Body (2012) on IMDb
Giudizio: 8/10

Il corpo cui si riferisce il titolo, autentico protagonista almeno della prima metà del film, è quello di Mayka, affascinante, se pur non più giovanissima, e importante imprenditrice del settore chimico farmaceutico che di ritorno da un viaggio di affari in America muore improvvisamente in casa sua di infarto.
Dopo poche ore essere stato trasportato nel centro di medicina forense per essere sottoposto ad autopsia, il cadavere sparisce: il fatto viene scoperto perchè il guardiano dell'obitorio in fuga in preda al terrore viene investito da un auto sulla strada attigua al bosco in cui si trova l'edificio.
A condurre le indagini è incaricato Jaime, ispettore di polizia di provata esperienza seppur dalla personalità alquanto disturbata in seguito al trauma della moglie morte in un incidente stradale avvenuto dieci anni prima mentre i due con la figlioletta di 7 anni tornavano a casa di notte.
All'obitorio, che diventerà il proscenio di quasi tutto il racconto, viene convocato Alex ,il giovane marito della vittima il quale sin da subito attrae i sospetti della polizia, anche grazie al suo comportamento tutt'altro che coerente.


Dietro la morte della donna , lentamente ma inesorabilmente , prendono forme una serie di situazioni che fanno di Alex il principale sospettato.
Ma quando piccoli episodi, trappole sparse qui e lì e messaggi oscuri sembrano ventilare l'ipotesi che Mayka in effetti possa essere ancora viva, Alex si rende conto che l'unica sua possibilità di salvezza è quella di dimostrare che la donna è ancora viva e che anzi è lei ad avere orchestrato la messinscena.
Costruendo un racconto intriso di tensione crescente, utilizzando non solo gli spazi claustrofobici e  tutt'altro che rassicuranti dell'obitorio, ma anche un pregevole gioco di luci fioche e tremule e ombre e di suoni, Oriol Paulo, alla sua opera prima, costruisce un thriller dal sapore antico ad impronta hitchcockiana, nel quale i tasselli sparsi (occhio ad ogni minimo particolare, anche il più insignificante) sembrano schegge impazzite che solo nel finale, grazie anche al classico colpo di scena, finiranno magicamente al loro posto.

martedì 7 novembre 2017

Borg McEnroe ( Janus Metz , 2017 )




Borg vs McEnroe (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

La rivalità tra Bjorn Borg e John McEnroe, pur non raggiungendo i livelli leggendari di altri dualismi sportivi, è comunque rimasta nell'immaginario collettivo degli appassionati di sport pur essendo ormai trascorsi quasi quaranta anni; in effetti la contrapposizione tra due tra i più grandi personaggi dello sport di tutti i tempi è durata di fatto solo tre anni duranti i quali i due incrociarono le racchette per 14 volte, in un tennis, va ricordato, che non aveva i ritmi di ora e la messe di tornei cui assistiamo ai giorni nostri.
La vera essenza del mito che permea questa rivalità non sta quindi tanto nella sua durata nel tempo, bensì nella contrapposizione tra due campioni che erano sul campo uno l'esatto contrario dell'altro: in sostanza era l'eterna lotta tra Genio e Spaventosa Metodicità; lo sregolato insolente e a tratti odioso maleducato John contro il perfetto, immutabile macchina da vittorie, emblema della freddezza Bjorn.


Il regista danese Janus Metz, qui alla sua opera prima dopo una onesta carriera di documentarista, regista di serie tv e di corti, pone al centro del suo racconto le due figure leggendarie del tennis in un momento ben preciso: il torneo di Wimbledon del 1980 che scrisse nella storia il nome di Borg , primo, ed unico per vari decenni, vincitore del torneo per cinque volte consecutive.
Partendo dai giorni in cui si svolse quel torneo che è rimasto nella memoria di tutti e che culminò nella finale tra i due , un match che andava oltre la semplice rivalità sportiva ammantandosi quasi di trascendentale, il regista ci racconta le personalità dei due atleti , grazie a rapidi e ben incastonati flashback, sin dall'infanzia per proseguire con i primi passi nel mondo del tennis.

Birds Without Names ( Shiraishi Kazuya , 2017 )




Birds Without Names (2017) on IMDb
Giudizio: 8/10

Towako è una giovane donna che condivide il suo appartamento con Jinji, uomo di 15 anni più grande di lei.
Un rapporto ambiguo in cui l’uomo sembra avere il compito di proteggere in maniera ossessiva la donna; non sono una vera coppia, anzi lei detesta l’uomo che in effetti brilla per rozzezza e goffaggine; ma soprattutto Towako, che sembra un po’ il prototipo della donna scontrosamente instabile, nevrotica, sempre sull’orlo di una crisi isterica, vive ancora dei ricordi della sua storia d’amore con Kurosaki, terminata ormai otto anni prima.
Quando incontra Mizushima, un uomo sposato che le ricorda nei modi e per il fascino il suo amore mai dimenticato, Towako instaura con lui una relazione che ben presto però si rivelerà destinata al fallimento; quando poi la donna si accorge che Jinji la pedina e la tiene sotto controllo, qualcosa si mette in moto nella sua mente, soprattutto nel momento in cui viene a sapere che il suo ex fidanzato Kurosaki è scomparso da cinque anni senza lasciare traccia.


Attraverso efficaci e taglienti flashback Shiraishi ci mostra il passato sentimentale di Towako, che a ben guardare poi così roseo non è rivelando come la ragazza si trovi invischiata in un rapporto sbilanciato e di dipendenza; così come nello stesso modo sempre attraverso balzi narrativi nel passato scopriamo come Jinji si sia insinuato nella sua vita.
Riuscitissimo lavoro del regista giapponese Kazuya Shiraishi, Birds Without Names è film che mette sotto la sua lente di ingrandimento alcune tematiche che permeano la società giapponese e di conseguenza la cinematografia di quel paese: la solitudine e la paura che essa genera, la complessità dei rapporti interpersonali improntati alla dipendenza reciproca, l’amore malato nella sue forme patologiche totalizzanti.
La storia che da racconto drammatico scivola lentamente nel thriller rifulge per una regia elegante ma contenuta e sostanziale, per alcuni momenti di grande impatto cinematografico, per le tematiche tutt’altro che rassicuranti che i personaggi, tutti più o meno dei perdenti cronici, rappresentano e che creano un certo disagio e caricano il film di una cupezza dolorosa.

domenica 5 novembre 2017

Life & Nothing More [aka La vida y nada mas] ( Antonio Mendez Esparza , 2017 )




Life & Nothing More (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

Il regista spagnolo Antonio Mendez Esparza, da alcuni anni trasferitosi in Florida dopo avere anche studiato negli States, dirige La Vida y Nada Mas presentato alla Festa del Cinema di Roma , dopo avere ottenuto premi e riconoscimenti al Festival di San Sebastian.
La storia si coagula intorno ad una famiglia afroamericana della Florida e attraverso essa diventa il racconto di tutta una comunità, appunto quella dei neri d’America.
Il protagonista è il giovane William un quattordicenne che vive con la madre e la piccolissima sorella, il padre è in galera e di fatto non ha rapporti con la famiglia, sebbene il giovane soffra per la mancanza di una figura paterna.


La madre lavora in un fast food e lui la aiuta nell’accudire la sorella, alternando queste attività a quelle pericolose che la strada offre.
Quando un uomo si intrufola nella vita della famiglia stringendo una relazione con la madre, William reagisce nell’unica maniera possibile, iniziando un percorso duro per uscire dalla situazione in cui si trova.
Film tra i più verbosi che si ricordino, La Vida y Nada Mas è girato in maniera realista , come un film a basso budget che si rispetti ( gli attori sono praticamente tutti non professionisti), ma al di là dei consueti luoghi comuni sulle comunità nere, l’esplorazione di un mondo che avverte il pericoloso ritorno delle tensioni razziali ( non a caso il film è ambientato nei giorni delle ultime elezioni presidenziali) si infrange sul limite di una sceneggiatura troppo ricca di dialoghi fin troppo articolati soprattutto se riferiti al particolare contesto sociale e personale; pur considerando la ovvia differenza dei temi trattati in certi momenti sembra di essere di fronte al Woody Allen più logorroico e tutto ciò appesantisce il racconto.

sabato 4 novembre 2017

Logan Lucky ( Steven Soderbergh , 2017 )




Logan Lucky (2017) on IMDb
Giudizio: 4.5/10

La sfiga che permea la famiglia Logan è diventata una leggenda metropolitana in tutto lo stato della Virginia: uno dei fratelli, ex promessa del football, è zoppo, senza lavoro, divorziato e senza neppure i soldi per pagarsi le spese di un cellulare, l'altro fratello è monco di mezzo braccio, perso in guerra in Iraq, la sorella fa la sciampista e più che fugaci flirt con camionisti non riesce ad ottenere.
Ma all'insegna di " Fuck the world ! " ,che è il vero motore del film, i tre pensano bene di mettere insieme una masnada di disperati , anche peggio di loro, per dare una svolta alla loro vita: la rapina al caveau dell'autodromo di Charlotte proprio nel giorno in cui si disputa una delle gare automobilistiche più importanti del paese.
Ai Logan si aggregano altri tre fratelli, uno in galera, esperto di esplosivi, e altri due sciroccati, con i quali pianificano la rapina perfetta.


Chi si aspetta un qualcosa anche lontanamente assimilabile alla saga di Ocean's rimarrà profondamente deluso, semmai Logan Lucky è un maldestro , dozzinale , e non certo voluto, remake a stelle e strisce de I Soliti Ignoti.
Il punto di partenza è un manipolo di sfigati e perdenti che decidono di ribaltare il loro destino col colpo del secolo, sempre all'insegna del Fuck the World: l'importante è fregare il sistema; lo sviluppo non sta in piedi quasi mai visto che sono numerosi gli snodi narrativi assolutamente inverosimili; quello che emerge dal film è una trafila di situazioni ridanciane , nel senso più deteriore del termine, che spesso travalicano nel grottesco, una sceneggiatura che procede a tentoni , un umorismo da televisione di bassa lega e per concludere un finale , sempre all'insegna dell'ottimismo ovviamente, che sembra uscito da una soap opera pomeridiana.

A Prayer Before Dawn ( Jean-Stephane Sauvaire , 2017 )




A Prayer Before Dawn (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

Il secondo lungometraggio di Jean-Stephane Sauvaire che fa seguito alla sua opera prima Johnny Mad Dog che nove anni orsono ricevette un riconoscimento al Festival di Cannes, trae ispirazione dalla autobiografia di Billy Moore, un inglese che visse per 15 anni nelle prigioni thailandesi  dove fu imprigionato per possesso e consumo di droga.
Il giovane protagonista vive a Bangkok tra un incontro di boxe e l’uso di eroina finché non viene arrestato e condotto nel più famigerato carcere della capitale thailandese, dove l’inferno sembra essere sceso sulla terra senza possibilità di evitarlo; combattuto tra la dipendenza e la volontà di uscire dal tunnel Billy trova nella boxe thai una ancora di salvezza che gli permette se non altro di vivere in maniera appena più decente la sua detenzione.


L’incontro con un ladyboy e l’orrore del carcere lo spingono a cercare nella boxe, che appare la sua unica ragione di vita, un modo per tentare un riscatto soprattutto con se stesso.
Il racconto che costruisce il regista francese si basa tutto sulla prospettiva del giovane: le violenze, i soprusi aberranti, le regole non scritte del carcere che sembra una terra di nessuno gli impongono di contenere e controllare la sua rabbia violenta che cova dentro, portandolo a girare lo sguardo quando serve e a difendersi quando non ne può fare a meno.
Il ritratto che Sauvaire fa del carcere è violento , durissimo sebbene si compiaccia un po’ su tutta una serie di luoghi comuni che accompagnano qualsiasi discorso che riguardi il paese dell’estremo oriente: soprattutto all’inizio si mescola la droga e la boxe, i ladyboys e la violenza , la protervia dei poliziotti e le condizioni dei carcerati; insomma, in questa carrellata manca solo la presenza di qualche fantasma.

giovedì 2 novembre 2017

Hostages ( Rezo Gigineishvili , 2017 )




Hostages (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

Ispirato ad un fatto di cronaca realmente avvenuto in Georgia nel 1983 , all’epoca ancora sotto il dominio sovietico, Hostages del regista Rezo Gigineishvili è lavoro che oscilla in maniera continua tra il racconto di cronaca e lo studio sociiologico e politico di una epoca che presentava i primi fermenti che avrebbero portato qualche anno dopo al dissolvimento dell’Unione Sovietica.
I protagonisti dei fatti narrati sono alcuni giovani appartenenti a famiglie dell’elite georgiana: medici, attori artisti, insomma quello che avrebbe dovuto essere il futuro della repubblica  ex sovietica. Comprano sigarette americane di contrabbando, si procurano al mercato nero dischi dei Beatles, sognano una vita lontano dall’opprimente società sovietica nel tanto agognato Occidente nonostante i richiami austeri dei genitori. “Non capisco cosa vi manca” è la frase che più spesso sentiamo proferire nel film: ai giovani manca la libertà e la possibilità di determinare le sorti della propria vita.


Per tale motivo subito il matrimonio dell’attore del gruppo, simulando un viaggio di nozze allargato e goliardico ,pianificano una fuga in Turchia e quindi in Occidente; per fare ciò decidono di dirottare un aereo della compagnia di bandiera sovietica.
Il fallimento del piano si trasformerà in un episodio  sanguinoso che causerà diverse vittime , anche tra i passeggeri dell’aereo, e metterà fine alle speranze dei giovani; "avevate tutto, perchè commettere un atto simile" , " mi dispiace che non ce la avete fatta, perchè dopo due messi sareste tornati in patria con la coda tra le gambe" sono le frasi che ricorrono nel rapido processo che metterà a morte alcuni dei protagonisti del dirottamento; la condanna della società georgiana è piena, anche perchè quei giovani costituivano il futuro dell'intellighenzia del paese; per le famiglie oltre al dramma , reso ancora più acuto dall'impossibilità di poter recuperare i corpi dei condannati sepolti in fretta in una località imprecisata, anche il fallimento personale per non aver mantenuto i figli nella bambagia dello status sociale e del modello comunista.

mercoledì 1 novembre 2017

Blue My Mind ( Lisa Bruhlmann , 2017 )




Blue My Mind (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Scritto e diretto dalla attrice svizzera Lisa Bruhlmann alle prese con la sua opera prima, Blue My Mind giunge alla Festa del Cinema di Roma dopo l'anteprima al Festival di San Sebastian e dopo aver ricevuto  un paio di importanti riconoscimenti al Festival di Zurigo: attraverso il racconto della giovane protagonista Mia il film è una attenta indagine su un disagio adolescenziale che nel suo percorso assume connotati quasi soprannaturali.
La ragazza va a vivere alla periferia di Zurigo con la sua famiglia, il suo inserimento e adattamento alla nuova realtà è tutt’altro che semplice anche perché i genitori da buoni svizzeri pensano al lavoro e ai loro impegni; a scuola  , dopo un iniziale avversione reciproca Mia stringe amicizia con le ragazze più spigliate , interessate solo a divertirsi.


L’integrazione però per Mia non può che passare attraverso delle tappe che prevedono situazioni per lei estranee: il sesso sfrenato, i furti nei centri commerciali, gli atteggiamenti da lolita.
Lungi dall'essere rassicurata  la ragazzina continua a credere di non essere la figlia naturale dei genitori, persevera nei suoi atteggiamenti di chiusura, qualcosa che viene dal profondo della sua anima alimenta il suo profondo disagio.
Parallelamente al processo di crescita tumultuosa, qualcosa si sveglia dal più profondo del suo essere, come una mutazione genetica che fa di lei un essere in via di trasformazione che si ripercuote sul suo corpo giovane ma già in apparente stato di decadimento.
La mutazione corporea cui va incontro Mia è la metafora della sua fuga dal mondo “normale”, da quel mondo in cui ormai lei è un piccolo segmento e dal quale è impossibile uscire.

Insyriated ( Philippe Van Leeuw , 2017 )




In Syria (2017) on IMDb
Giudizio: 7/10

Una giornata come tante di una delle molte famiglie che subiscono gli effetti di una delle guerre più assurde che si siano mai svolte nella storia dell’Umanità: all’interno di un’appartamento di una città siriana una famiglia vive il suo dramma della sopravvivenza; la porta sprangata dall’interno è l’ immagine che quasi ossessivamente viene rimandata sullo schermo, come a delimitare il mondo esterno e i suoi orrori.
Insieme alla famiglia di chiara estrazione borghese c’è anche una giovane coppia con neonato che viveva al piano di sopra prima che la loro casa fosse semidistrutta; i due progettano la fuga in Libano e quando l’uomo esce di casa per mettere a punto gli ultimi dettagli un cecchino gli spara alle spalle; solo la domestica di casa vede la scena ed informa subito l’austera e pragmatica padrona di casa: recuperare il corpo è impossibile, per il momento meglio tacere, tenere nascosto alla giovane moglie quanto accaduto.


Su questo “non detto” si sviluppa buona parte del film che per il resto ci rende più che le immagini i suoni della guerra: colpi di mitra, esplosioni lontane e vicine, l’energia elettrica che va e viene, l’acqua che scarseggia.
Il regista belga Philippe Van Leeuw, alla sua opera seconda, presentata a Berlino nella sezione Panorama e riproposta nei festival di mezzo mondo, con grande efficacia muove la macchina da presa negli angusti spazi dell’appartamento trasformando il racconto in un dramma da camera dai forti connotati: la tensione cresce, i volti trasmettono l'angoscia per ogni minima esplosione che si sente in lontananza, lo spazio angusto della casa trasmette efficacemente la claustrofobia coatta, i personaggi braccati e inseguiti con la macchina da presa.

martedì 31 ottobre 2017

Hostiles ( Scott Cooper , 2017 )




Hostiles (2017) on IMDb
Giudizio: 6/10

Film scelto per aprire la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (ex Festival), Hostiles di Scott Copper delimita da subito quelli che sono i contorni della rassegna diretta da Antonio Monda: il lavoro del regista americano di Out of The Furnace è un western atipico travestito da epopea e ricco di una epicità ben poco sostanziale ma dai sicuri connotati che avviluppano il pubblico.
Attraverso il racconto del viaggio intrapreso dal capitano Joe, eroe delle sanguinose guerre contro le tribù indiane ed ora ridimensionato nel ruolo di cacciatore di indiani recalcitranti a rimanere nelle riserve, dal New Mexico al Montana come scorta per un vecchio capo indiano moribondo che fu uno dei suoi più acerrimi avversari riportato a casa per morire nella sua terra, Scott ci offre la sua versione più cruda degli ultimi anni del XIX secolo.
Accettato l’incarico con grande tormento personale il lungo viaggio diventa un rapido e repentino processo di catarsi e redenzione all’insegna dell’integrazione tra nativi e bianchi.


Raccontato in maniera piuttosto cruenta ponendo almeno all’inizio al centro del racconto la figura del capitano ormai sul viale del tramonto e dei suoi commilitoni ex eroi di una sporchissima guerra, con l’aggregarsi al gruppo di viaggiatori di una giovane donna scampata al massacro della sua famiglia da parte degli indiani, ben presto Hostiles cede il passo al racconto che con una certa fretta e con ben poca convinzione trasforma i protagonisti di una guerra feroce in antesignani della tolleranza e della convivenza.
Pur comprendendo le necessità narrative, appare francamente poco credibile come un manipolo di tagliagole (da una parte e dall'altra) si trasformi in così poco tempo in una congrega di persone tolleranti, comprensive e ben predisposte verso il nemico di un tempo non certo remoto: siamo insomma in quell'ambito cinematografico che da sempre, ma soprattutto negli ultimi anni, riesce a trasformare anche il dramma più cupo e crudo in una fiaccola di speranza alimentata dai buoni sentimenti; in tal senso anche il finale, tirato un po' troppo per le lunghe a dire il vero, abbraccia in pieno il postulato del lieto fine consolatorio.
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